DAVID H. LAWRENCE (1885-1930)

David Herbert Lawrence, insieme all’amico americano Earl Brewster, pittore, arrivò a Tarquinia nell’aprile del 927, l’anno in cui scriveva «L’amante di Lady Chatterley». Vi giunse spinto anch’egli dalla lettura di George Dennis e da Aldous Huxley, che di Tarquinia si era innamorato dopo averla visitata agli inizi degli anni ’20 e che molto aveva fantasticato sulla perduta poesia etrusca. Perché, secondo lui, un popolo che aveva chiamato Fufluns il dio del vino, doveva avere un linguaggio dalla bellezza folgorante. Lawrence era giunto per ferrovia, «il mare alla sinistra, a destra il grano verde che cresce rigoglioso e l’asfodelo che protende i suoi steli appuntiti».

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Di Tarquinia, «cittadina di pietra» e «luogo dove le ere si accavallano», che descriverà appassionatamente nel suo libro «Etruscan Places», assorbì subito la quite sonnolenta e il leggero senso di abbandono delle calde giornate di primavera. Si sedeva ai tavoli di zinco dei caffè e da lì osservava le persone, che gli sembravano cordiali e dignitose. Passeggiava nelle vecchie strade notando «gli eleganti palazzetti medievali trasformati in stalle e fienili» e le case, che gli apparivano scure e segrete. Le torri non potevano piacere ad uno come lui. Infatti, non gli piacquero: le trovò «alte e spigolose, cieche e vuote, dritte, rigide ed ottuse, librate senza motivo nel cielo con gli spigoli affilati sopra i tetti».

Si estasiava, invece, affacciandosi all’Alberata sulla «vergine essenza della campagna splendente di verde primaverile in una specie di stupore dolce e immobile»: «uno dei paesaggi più belli che avesse mai visto», «un grande spazio aperto non ancora violato», dove «le colline si increspano via via fino alle montagne e in lontananza si vede un picco rotondo che sembra avere sulla cima una città incantata». L’aria era piena di verde e di sole mentre soffiava una leggera brezza dal mare.

Visitò il Museo Etrusco in una «costruzione incantevole, Palazzo Vitelleschi». Alla necropoli scese nelle tombe, tra anemoni color malva, chiazze di verbena, ciuffi di camomilla, grappoli di giacinti azzurri. «Luoghi incolti, dove spuntano i sassi, ondeggiano le rose di macchia, crescono gli asfodeli, mentre il mare brilla in lontananza».

Le scene dipinte sulle tombe gli apparvero naturali come la vita stessa, con una pienezza di significato densa ed arcaica: «i personaggi avanzano con lunghi piedi calzati da sandali, tra piccoli ulivi già carichi di bacche, muovendosi veloci e pieni di brio fino alla punta delle dita».

Vigorosa sensualità che molto piacque al creatore di Lady Chatterley: «le donne si chinano a dare carezze che ormai non conosciamo più, gli schiavi nudi balzano con gioia verso le anfore, le curve delle membra mostrano una piena voluttà di vita, un piacere che è più profondo nelle gambe, in una danza che sorge dentro come in un vortice di mare. E quegli uomini barbuti, distesi sui triclini …».

«l’universo era vivo come un’unica grande creatura che fremeva tutta. Il cielo inspirava l’etrusco nel suo azzurro, lo inalava, lo ssorbiva e lo trasformava, prima di effonderlo ancora. E c’erano fiamme dentro la terra.»

Per tutto questo Lawrence, appena partito, cominciò subito a vagheggiare un nuovo viaggio, un savage primage, un pellegrinaggio selvaggio che lo riportasse a Tarquinia insieme alla moglie Frida e all’amico Huxley.

«Per etruschizzarmi un po’ – diceva -, tempo permettendo».

Il tempo non permise, perché morì solo tre anni più tardi.

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