GEORGE DENNIS (1814-1898)

Henry Marie Beyle, Stendhal, il grande romanziere francese, autore fra l’altro, de «Il rosso e il nero», e de «La Certosa di Parma», fu tanto attratto dalla suggestione degli scavi etruschi a Tarquinia, che non si stancava di scrivere nelle sue lettere o nei suoi articoli: «je ne m’occupe que des vases etrusques», mi occupo solo di vasi etruschi e «Je deviens antiquarie en diable!», maledizione, sto diventando un antiquario!

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George Dennis, Console britannico, viaggiatore e letterato, fu un archeologo appassionato di informatissimo, sensibile ed irrequieto in Andalusia, in Turchia, in Sicilia, nella Guyana, in Cirenaica e in Asia Minore.

La sua passione però fu l’Etruria in particolare Tarquinia.

Quando nel 1842, accompagnato dal pittore Samuel Ainsley suo collaboratore artistico giunse per la prima volta in città, aveva già raccolto dalla lettura dei classici latini e greci, degli studiosi e dei grammatici medievali dei viaggiatori, dei profanatori di tombe e dei narratori di «etruscherie», tutte le notizie che direttamente o indirettamente riguardavano il popolo etrusco.

Le aveva confrontate, selezionate, ordinate ed infine catalogate, sino a ricomporre un grande e dettagliato quadro sull’antica civiltà tirrenica.
Soltanto a questo punto si ritenne pronto a visitarne luoghi. L’antica Tarquinia, città madre del popolo etrusco, mille volte ricostruita e percorsa nel suo pensiero, costituiva il nodo più sacro della sua mitologia interiore, una patria in cui ritornare in pellegrinaggio, da «riconoscere» pietra per pietra. Per questo la città medievale di Corneto bella, viva, turrita e fortificata, ma così diversa da quella antica sembro non piacergli.
«Corneto ha grandi mura di pietra calcarea, grandi porte munite e guardate dalla postazione delle artiglierie, … ha un quartiere medievale quasi intatto che dalla via Aurelia, quando si viene dal nord appare in tutta la sua maestosità ed imponenza con le sue chiese, il Castello, le venti e più torri che svettano alte nel cielo. … Per il resto – concludeva frettolosamente e quasi infastidito – c’è poco nulla da vedere». Gli piacquero, invece, gli abitanti che scrutò con occhio attento, quasi a ritrovare tra loro l’impronta dei progenitori. Si soffermò soprattutto sui più modesti, guide estemporanee, contadini, pastori che sembravano confondersi con la terra selvaggia.
Gli piacque, e molto, il Gonfaloniere della città, Carlo Avvolta, intensamente appassionato delle antichità etrusche del suo paese: «la sera lo si trovava immancabilmente al caffè o alla spezieria per discutere, con tutto l’entusiasmo della sua natura, a proposito dell’ultimo cinghiale che egli avesse colpito, o a proposito delle pitture e delle suppellettili delle tombe etrusche».
Amò soprattutto il paesaggio pieno di rovi, di spini, di dirupi e i morbidi colli, le plaghe immense e abbandonate che rendevano più suggestivo il contrasto tra la natura selvaggia e i resti dell’antica civiltà scomparsa.
Per lui, però, la meraviglia delle meraviglie era tutta raccolta nella favolosa e sacra acropoli etrusca calcinata e seppellita dalle ferle e nelle tombe della sua necropoli in cui scendeva col fiato sospeso per l’emozione. «Man mano che l’occhio si abitua la luce, si passa di sorpresa in sorpresa».

La tomba del Triclinio «già a prima vista, specialmente se illuminata dal sole come possibile nel pomeriggio, fa esaltare dalla meraviglia tanto è grande la ricchezza del colore delle pareti e del soffitto, tanto e viva la danza delle figure dipinte».

Camminare, poi, tra i resti della vecchia città primigenia degli Etruschi e guardare da lì «il blu intenso del Tirreno, il Monte Argentario e, lontano, le belle isole del Giglio e di Giannutri con le loro montagne azzurre» era addirittura struggente. «Non si può credere che al posto dei grandissimi templi e dei fastosi palazzi dei lucumoni etruschi vi sia ora una così grande desolazione. Tra le pietre rimaste nasce il grano e serpeggia l’aspide pigro. Dove sono gli artisti greci, i sacerdoti, i mercanti fenici, gli alleati del Sannio e dell’Umbria, il rude Gallo e il conquistatore Romano?».

Nel 1848 Dennis pubblicò, scritto con felice senso letterario, «The Cities and Cemeteries of Etruria» in cui le emozioni archeologiche venivano esaltate dallo splendore selvaggio della natura e straordinaria e fantastica visione del mondo etrusco che vi stava, man mano, riemergendo.

Questa compenetrazione poetica tra natura e storia divenne un genere letterario di cui Tarquinia fu protagonista ed ebbe più tardi molti lettori sensibili e tra i suoi maggiori seguaci Aldous Huxley e David H. Lawrence.

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