JEAN BAPTISTE LABAT (1663-1738)

Nell’aprile 1711, un mercoledì, giunse a Tarquinia, che allora si chiamava Corneto, un piccolo ma fastoso corteo composto da due carrozze a sei “cavalli napoletani di una grande bellezza e di una vivacità straordinaria” e da tre o quattro cavalieri al seguito di Sua Eminenza il Cardinal Imperiali.
Su una delle carrozze viaggiava anche l’avventuroso Padre Domenicano Jean Baptiste Labat, “parigino di Parigi”, già missionario nelle colonie francesi in America, esperto di artiglieria e distillatore di rum in Martinica, amico di filibustieri, guaritore di Indios e soprattutto finissimo scrittore di diari di viaggio, auter,tra l’altro, del «Vojage aux isles francaises de l’Amérique» e dei «Vojages en Espagne et en Italie», di cui farà parte, appunto, anche il racconto della visita a Corneto.

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Nei quattro giorni di permanenza, ospite degli Agostiniani nel Convento di S. Marco, si fece condurre ovunque e annotò tutto, ad iniziare dalla posizione della città: «la sua collocazione la rende ben visibile da lontano e, oltre a questo vantaggio, è piena di torri quadrate molto alte che gli antichi abitanti avevano cura di innalzare al fianco delle loro abitazioni … ben costruite, provviste di buon gusto, eleganza e simmetria … Il Municipio è molto bello, ricco e grandioso; … la città è pulita e ben pavimentata; … quasi tutte le strade sono ben dritte ed aperte … e gli uomini e le donne hanno un colore vivo ed animato … Ci sono molti nobili, molte famiglie di borghesia antica, artigiani in numero sufficiente da non aver bisogno di quelli delle città vicine e mercanti che mi sono sembrati ricchi e ben vestiti. I quadri della casa del nostro accompagnatore avrebbero potuto far onore allo studio di un principe».

All’attento ed espertissimo domenicano non sfuggì però che nella città, la quale per il ferrigno e turrito aspetto medioevale destava da secoli lo stupore dei viaggiatori, si percepiva qualcosa di nuovo dal fascino ancora indefinito: la terra che stava aprendo misteriose tombe antiche cominciava proprio allora a restituire, a profusione, i suoi tesori sepolti da millenni: vasi dipinti, ori barbarici, magiche figure colorate di cui non tutti percepivano chiaramente le origini.
«Le Grotte!…In alcune case si vedevano resti di pittura, cioè del rosso, del blu, del nero».

E poi le armi: «Vi sono state trovate delle armi che la ruggine aveva quasi consumato, spade molto larghe e lunghe, lame di coltelli e pugnali grandi e forti, ma talmente mangiate e consunte dalla ruggine che non potevano tenersi in piedi o sembravano di filigrana». E, infine, i vasi . »Coppe, boccali o brocche a una o due anse … coperte da una vernice nera con ornamenti rossi abbastanza ben lavorati. Ne ho avuti parecchi, ne ho regalati ai collezionisti, me ne restano tuttavia due». Insomma la grande avventura archeologica e letteraria di Tarquinia, città degli Etruschi, stava iniziando.

Cominciarono a giungere studiosi, scrittori ed artisti da tutta Europa: nel 1758 venne Winckelmann; nel 1780 il pittore inglese James Byres con un seguito di acquerellisti ed incisori, tra i quali Giovan Battista Piranesi; nel 1827 arrivarono anche i grandi archeologi, il Cavaliere Kestner e il Barone Von Stackelberg; Carlo Ruspi, disegnatore ed «antiquario», tra il 1825 e il 1833, traspose su carta le pitture murali che incantarono soprattutto i tedeschi. Tra i viaggiatori che frequentarono Tarquinia non si può dimenticare, per i suoi appassionanti resoconti, Elisabeth Caroline Hamilton Gray.
La cultura classica fu scossa fin dalle sua fondamenta. Se ne inebriarono i Romantici per i quali la mitica Tarquinia degli Etruschi riassumeva, tramandava e traduceva in realtà poetica un volto nuovo dell’antichità: naturale caldo, vitale, sensuale e immediato che si contrapponeva a quello marmoreo, paludato e statuario che lo stesso Winckelmann, Thorvaldsen e Canova avevano idealizzato e cristallizzato nelle gelide aule dei musei.

L’archeologia divenne avventura e romanzo, emozione vibrante, e un acceso fantasticare sulle memorie e sui paesaggi che coinvolse esploratori entusiasti, sensibili letterati e rudi frugatori di sepolcri. Esploratore, scrittore, frugatore e, come lui stesso si definiva, «cavatesori», giunse a Tarquinia anche Stendhal.
Nel 1842 arrivo, poi, l’innamorato più trascinante di tutti, George Dennis che consacrò Tarquinia non solo come sito archeologico irripetibile, ma la propose definitivamente come fascinoso luogo letterario tutto da scoprire e da descrivere.

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