STENDHAL (1783 -1842)

Henry Marie Beyle, Stendhal, il grande romanziere francese, autore fra l’altro, de «Il rosso e il nero», e de «La Certosa di Parma», fu tanto attratto dalla suggestione degli scavi etruschi a Tarquinia, che non si stancava di scrivere nelle sue lettere o nei suoi articoli: «je ne m’occupe que des vases etrusques», mi occupo solo di vasi etruschi e «Je deviens antiquarie en diable!», maledizione, sto diventando un antiquario!

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Si vantava di conoscere ben undici teorie sull’origine delle tombe ed era uno che sapeva fare bene i suoi calcoli. Con 112 franchi e 50 centesimi, dati per dieci giorni di lavoro a nove manovali giunti dall’Abruzzo a Tarquinia, poteva assistere di persona agli scavi provandone, a suo dire, lo stesso piacere che andare a caccia e ricavarne un buon tornaconto.

Così si crollava la noia di essere Console a Civitavecchia, sensibilizzava i francesi all’archeologia, effettuava un po’ di commercio di reperti e ci guadagnava su.
Quando poteva, alloggiava a Palazzo Falzacappa. Accompagnava volentieri i suoi ospiti per la campagna tarquiniese. Tra questi, nell’autunno del 1839, anche lo scrittore francese Prosper Mérimée. Se poi qualcuno, in mezzo alla polvere, sotto il sole cocente, assetato e costretto a scendere avventurosamente dentro buche oscure, non gradiva l’iniziativa e qualche volta diventava furioso, lui si irritava e se la prendeva con i suoi compatrioti : «I francesi non hanno disposizione a comprendere le antichità. Questa disposizione che ci manca è il grande merito degli Inglesi e l’unico merito dei tedeschi – scriveva ai quattro venti -. Ludwig di Baviera, lui sì che è venuto a Tarquinia personalmente, è sceso in tutte le tombe, lui sì che ha fatto acquistare vasi per centinaia e migliaia di franchi!».
«Perché – confidava ai giornali parigini – i vasi etruschi sono anche un affare. Una tomba non ancora esplorata vale da 500 a 600 franchi e Luciano Bonaparte, Principe di Canino, ha venduto vasi per 700.000 franchi».

Nel 1837 scrisse un lungo articolo su le “Les Tombeaux de Corneto”, che fu pubblicato, postumo, nel 1853 sulla “Revue des Deux Mondes”.
In realtà per le campagne di Tarquinia, “une petite ville remarquable par des édifices remplis de caractère” andava anche a caccia di quaglie e di allodole. Inoltre non lontano dal palazzo che l’ospitava ebbe la struggente emozione di trovare, nella chiesetta di un convento di monache claustrali, la tomba di Letizia Bonaparte, madre di Napoleone, lamato Imperatore che egli stesso, inseguendo da par suo sogni giovanili d’amore e di gloria, aveva accompagnato in tutta l’epopea, dalla prima Campagna d’Italia, fino alla disastrosa disfatta di Russia.
A Tarquinia scoprì tra l’altro un personaggio storico, Adriano Castelleschi Cardinal di Corneto al tempo dei Borgia, che aveva tutto il fascino per intrigare la sua immaginazione di innamorato di cose italiane. Lo descrisse in “Promenades dans Rome”.

Fiutava in strade e stradine alla ricerca di spunti e personaggi per i suoi romanzi. E qualcosa trovò: un gruppo di notabili che si erano fatti raggirare da un furfantello di Civitavecchia; un avvocato (l’avvocat) coinvolto in un affare di lettere anonime; una storia d’amore denaro e morte sulla strada per Tuscania.
Prese appunti, ma questi personaggi non entrarono mai a far parte di una sua opera. Perché nel 1842 Stendhal improvvisamente morì a Parigi, durante una visita in patria.

Era ben intenzionato a tornare, tanto è vero che aveva raccomandato al suo domestico di mantenere in ordine il suo appartamento. E soprattutto il fucile che adoperava per venire a caccia a Tarquinia.

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