TITTA MARINI (1902-1980)

“Titta Marini, mangiator di nocchie,
dormiglione in compagnia
se ne va per la sua via
né d’altrui cura le spocchie.

Ha tre quarti di buttero nel sangue;
un quarto di poeta, ed è in tal modo
che a gustar un tantino del suo brodo
il peggio affiora , il meglio soffre e langue.”
(Vincenzo Cardarelli)

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Tre quarti di buttero e un quarto di poeta : così il ”terribile Etrusco” definiva l’amico Titta ed era una delle pochissime volte in cui Vincenzo Cardarelli indulgeva allo scherzo. Del resto Titta Marini (Tarquinia, 1902-1980), poeta dialettale e anticonformista di natura , ha incuriosito non soltanto Cardarelli ma anche tutti quelli che lo hanno conosciuto personalmente e che continuano ad apprezzarlo attraverso tutti i suoi libri .Che sono tanti ; dai primi, ormai introvabili “Ommini, donne e fazzoletti da naso” a “Cose grosse”, “Tritume”, “Ladri e castroni”, “Zitti tutti che parlo io”, “Storia si, storia no”.

La sua filosofia di vita , icasticamente maremmana, è espressa nel formidabile epigramma:”Magnete tutto e dove arrivi , arrivi, ma per lo meno, finché campi ,vivi”.

Titta non si limita a scrivere in dialetto, Titta è il dialetto tarquiniese che non sempre è quello parlato in maremma né tanto meno il romanesco , ma un “volgare centrale”, espressione di una stirpe discendente dagli Etruschi, del quale egli conosce ogni minima sfumatura e graduazione linguistica. Ma Titta è anche un poeta originale e raffinato che lavora di cesello su immagini e parole affondando la sua lama beffarda nel tessuto della vita sociale e creando con pochi tratti personaggi e situazioni memorabili.

I protagonisti delle sue poesie , vivi o morti, non raccontano ma parlano per quello che sono.

Quindi il porcaro , maledicendo, dice che :” Piove peggio d’un corpo che je pija “. San Sinforiano dalla tomba rimprovera i concittadini :” O cristiani che state lassù/concentrato di canchero e rogna 7 l’acqua a sfascio che allaga ‘sta fogna/ m’ ha ridotto tre vorte più fu”.

La zitellona sospira e prega :” O Sommo Onnipotente /famme trovà marito dentro l’anno/ ricco ma che vivesse onestamente / senza che annasse a zonzo femminanno”. Il pidocchio, ginocchioni sul pettine implora :” Pietà, pietà, pietà…nun m’ammazzà/ rimannala magara a un artro giorno” e il pazzo sogna :” La mora arcana che schizza da un sifone / e vola come un osso de preciutto /trasportato pe’ l’aria da un ciclone”.

Fulminanti le poesie di ispirazione politica, come il “Comizzio”: “Un barbabietolone a testa grossa /montò sur tavolino! Sbuffò, sputò, fiottò, fece la mossa / e principiò un discorso somarino…”.

Con le donne non era tenero. Si vedevano gli epigrammi: A la socera “Da quanno che mi’ socera qui giace /lei…nu’ lo so, ma io riposo in pace”; Ad Ava”Qui s’ariposa Ava/ che se vestiva quanno se spojava”; Attenti ar bacio “Se baciate la donna , state attenti /perché dietro le labbra cià li denti “; e ancor Ar cavajere “ Fu fatto pe’ la moje cavajere ; /terra e corna je siano leggere”.

Molte le poesie di situazione nelle quali sembra di sentire al fondo il ghigno cinico dell’uomo: Veja ar morto” Er giorno de le nozze cor vecchietto /a Nina j’è arrivato sto’ bijetto:/- Che te giunga sincero er mio conforto /stanotte tu farai la veja ar morto –“; o Notturno “Lui cantava così:-Fiore de lino,/siccome sei ‘na fata, un angioletto,/te sono a la lontana col clarino -/Lei penzava torcenosse nel letto:/- Me potreste sonà più da vicino!-“

Da ciò si ricava, se ci si perdona il paragone, la differenza tra Vincenzo Cardarelli e Titta Marini .Il primo traeva ispirazione dall’aria del tempo”, dai ricordi, dagli affetti, dalla concretezza dei monumenti del suo paese, mentre il secondo gioca l’intera sua produzione dialettale su figure, personaggi, modi di essere e soprattutto sull’ironia, su tutto e su tutti, perfino sul sentimento della morte. Soltanto Titta poteva dedicare a se stesso questo epitaffio: ” O passeggero , qui fra tanta quiete/ sto morto senza er nome su sta’ targa /volenno , armeno adesso, un po’ de requie /prega li vivi de passà a la larga”.

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