VINCENZO CARDARELLI (1887-1959)

Vincenzo Cardarelli nacque il primo maggio 1887 a Tarquinia, ma sarebbe bene dire – giacché ci teneva – che nacque a Corneto, poiché questo è il vecchio e un po’ imbarazzante nome della città. «E se qualcuno intendesse “scherzarmi”, come dicono i Lombardi, potrei rispondere che per avere un bel paio di corna non è necessario essere di Corneto; ché da noi le corna fanno così poca paura che si tengono per ornamento sopra i credenzoni».

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Presto scappò via, amaro e sferzante come un innamorato respinto, perché Tarquinia gli sembrava piena di luoghi abbandonati e di monumenti sinistri, pervasa di «quell’inevitabile tristezza che le deriva doppiamente dall’essere di Maremma e così antica», paese di spettri, terra maledetta, bruciata dal sole e battuta dalla tramontana.

Ma questo paese cavernoso e sconquassato gli aveva già fatto il nido nel cuore. Perciò, quando ne era lontano, la nostalgia lo dilaniava e nel suo ricordo non c’era terra più preziosa di quella tarquiniese «campagna materna e dolcissima macchiata di ginestre e d’asfodelo». Culla della sua infanzia favolosa ed insolita, quando anche la tarantola gli appariva come «un mitico ragno elegiaco e terraiolo, insetto estroso e musicale, nascosto in un nido tappezzato di seta e pagliuzze tra le rovine dell’acropoli e nei sepolcri dei Lucumoni». A Tarquinia rise l’etrusco.

Anche la città medievale, chiusa dalle mura cadenti, che gli era sembrata proterva come un nido di pirati, diventava nella sua memoria «gentilissima, fatta proprio con grazia, con l’orgoglio della perfezione in tutto … Chiese, torri, campanili, case gentilizie,archi, logge e piazze, ogni cosa rispondeva ad un leggiadro principio di armonia, civiltà e pubblica utilità». Le «preziose cappellette romaniche erette per quattro devoti con spreco di colonne enormi all’interno», le abitazioni barocche e le viuzze «che portano impresso, dolcemente ricurve, il gusto del Seicento e del Settecento», tutto gli pareva fatto «epoca per epoca, con l’amore del piccolo, al solo scopo di portarvi in processione il Santissimo».

La nostalgia più struggente lo attanagliava, però, quando pensava a Corneto come ad un vecchio, galante paese italiano con i suoi grandiosi abitanti «scozzonatori di tori e di giovenche», uomini che a primavera inchiodavano le donne di campagna alle staccionate. Paese di bane, di veglioni, di lumache e di ottobrate. Con il sole di maggio e quello di gennaio, il Palazzaccio e il Villaggio dov’è tutt’aria di mare.

E c’erano di santi, di chiese e di chiesuole in quel paese! San Martino prospero e antico, San Giuseppe frittellaro, San Marco ciliegiaro, San Giovanni decollato, San Pancrazio suppliziato.

«E San Francesco, giullare di Dio, è pure un santo del paese mio».
A Pasqua poi la statua del Redentore molleggiava correndo in processione «portata a spalla sopra un mare di teste, come nave in mezzo alla burrasca».
Paradiso in cui visse felice senza peccato, amico delle bisce fienarole.
«Terra mia di cui porto
l’immortal febbre nel sangue

Pur di raggiungerti e annullarmi in te
anche la morte mi sarebbe cara».

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